Immigrazione e cittadinanza: un binomio per un’Italia più coesa

La dottoressa Cécile Kyenge, Ministro per l’Integrazione ha fatto la prefazione del Rapporto UNAR 2013 “Dalle discriminazioni ai diritti”, presentato a Roma e in altre 23 città italiane, il 13 novembre 2013. Malgrado, le numerose resistenze e ostacoli, i media e il governo italiano osservano con interesse l’evoluzione del fenomeno migratorio. Altre prove dell’interesse del governo italiano a questa tematica è illustrata dalla presenza della Ministra Kyenge alla presentazione del dossier, insieme alla Viceministra al Lavoro e le Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra, e la pubblicazione di un post sul sito del governo che illustra alcune tendenze del fenomeno migratorio.

La ministra scrive:

Dalla pagina Facebook di Nati in Italia: facebook.com/initalia.nati/photos

La cultura dell’accoglienza e la capacità di adattamento, che certamente caratterizzano l’Italia, hanno dovuto, per lungo tempo, supplire la mancanza di politiche pubbliche organiche sull’immigrazione e l’integrazione.

La carenza di una governance del fenomeno migratorio ha prodotto, da una parte, marginalità e sofferenza di una larga fetta della popolazione di origine straniera, dall’altra, lo spaesamento degli autoctoni davanti alle sempre più evidenti trasformazioni demografiche; spaesamento che si è tradotto talvolta in ostilità, anche a causa di messaggi poco accorti diffusi da alcuni media, politici e uomini delle istituzioni.

La conferma della presenza nell’attuale Governo di un Ministro per l’Integrazione rappresenta una scelta chiara e definitiva di voler abbandonare l’approccio emergenziale e disorganico alla questione, per pervenire alla costruzione di un vero progetto di politiche di integrazione, in linea con i valori alla base della nostra società e con il ruolo che l’Italia deve svolgere in Europa e nel mondo.

Conoscere a fondo la realtà è il primo presupposto per elaborare giudizi fondati e per prendere decisioni pubbliche adeguate. Questo Dossier Statistico Immigrazione 2013 si configura dunque come uno strumento imprescindibile per conoscere il fenomeno e per interve- nirvi. La necessità di confrontarsi con dati statistici e con analisi qualitative è tanto maggiore quando si parla di immigrazione, poiché l’emotività che suscita tale tema ha spesso suggeri- to considerazioni erronee e prodotto misure tarate sulla pancia del paese. Questo studio, e altri autorevoli rapporti e dossier, devono sostenere chi amministra e governa per elaborare risposte razionali, pragmatiche, eticamente corrette e innovative.

Si aggiunga a ciò che le principali norme che attualmente regolano immigrazione e cittadinanza hanno oltre vent’anni, un lasso di tempo troppo lungo, per una realtà che ha subito profondi mutamenti. Il confronto dei rilievi statistici di soli pochi anni fa con quelli più recenti ci mostra un Paese e un modello migratorio che ha subito una significativa metamorfosi. Ad esempio è in continuo aumento la quota dei titolari di permesso CE per soggiornati di lungo periodo, che già costituiscono la maggioranza dei cittadini non comunitari (54,3% nel 2012). Questo dato dimostra che l’immigrazione in Italia non è fatta di lavoratori temporaneamente ospiti, né di intrusi come crede una parte dell’opinione pubblica, ma soprattutto di persone che intendono rimanere, costruire o ricongiungere le loro famiglie, divenendo pienamente cittadini. Si continua a chiamarli “stranieri” (o, peggio, “extracomunitari”), ma non ci si accorge che gli immigrati sono cittadini di fatto, autorizzati a un soggiorno a tempo indeterminato in base al diritto comunitario recepito nell’ordinamento italiano. In più, la legge comunitaria n. 97/2013 ha disposto che non devono sussistere ostacoli per quanto riguarda la loro partecipazione a bandi per il pubblico impiego (per posizioni che non comportino l’esercizio dei pubblici poteri) e che nei loro confronti non possono essere applicate restrizioni, più o meno indirette, per l’accesso alle prestazioni assistenziali. È fondamentale che siano stati fatti questi passi in avanti. Dispiace però che spesso ciò avvenga a seguito della minaccia di un procedimento di infrazione da parte dell’Unione Europea o costretti da sentenze della Corte costituzionale o della Cassazione o dei giudici di merito. E siccome, come accennavo poc’anzi, la maggior parte degli immigrati non comunitari può restare in Italia a tempo indeterminato, risulta velleitario non facilitare il riconoscimento della cittadinanza alle seconde generazioni, fondandosi sulla preoccupazione che la concessione della cittadinanza ai nuovi nati diventi una sorta di cavallo di Troia per far restare in Italia anche i loro genitori. La mia convinzione è che partecipazione e cittadinanza vadano di pari passo e che sia necessario adoperarsi per assicurare agli immigrati il diritto di vivere pienamente nel paese che hanno scelto o, sempre più spesso, in cui sono nati. Sono fiduciosa che i cittadini italiani, per lo più ben disposti e liberi da posizioni aprioristiche, sapranno apprezzare la fondatezza degli argomenti che mi hanno colpito.

Ma più stringente è la riforma riguardante la posizione dei nati in Italia, la maggior parte dei minori “stranieri” che vivono nel paese. Nel loro processo formativo, quando i contesti non sono inquinati dal virus del razzismo e della xenofobia, che anche il semplice colore della pelle può scatenare, questi ragazzi si sentono “uguali” ai loro coetanei “italiani”. Come loro sono nati sul posto, condividono esperienze e conoscenze, studiano ed escono insieme. La mancata riforma creerà una frattura in questo percorso. Le proposte di legge presentate inducono a ritenere possibile una proficua

mediazione. Allo stato attuale, certamente è troppo lunga un’attesa di 18 anni per poter chiedere di essere riconosciuti come cittadini italiani. Tempi più brevi assicureranno all’Italia nuovi cittadini, la loro “forza” giovanile, il loro dinamismo, le loro idee innovative: un humus di cui il paese ha particolarmente bisogno in questa difficile fase di transizione.Ai numerosi stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana (secondo l’Istat 385.000 nel decennio 2001-2011), si potrebbero così aggiungere, senza troppi freni e procedure macchinose, i figli nati sul posto dei migranti stabilmente insediati nel paese, senza che questo comporti l’“invasione” paventata da alcuni. Le concessioni di cittadinanza registrate annualmente in Italia (oltre 65mila nel 2012) sono circa la metà rispetto a paesi come la Spagna, la Francia, la Germania o anche meno rispetto alla Gran Bretagna.Realizzare un’uguaglianza nei diritti tra popolazione autoctona e allogena non è solo una questione di principio, ma reca benefici per tutti. La gran parte degli economisti sostengo- no, infatti, che l’uguaglianza aiuta la crescita economica. Meno marginalità significa più istruzione, più competenza professionale e imprenditoriale, meno devianza, minor spesa sociale e una popolazione più capace di partecipare alla vita pubblica. Tutte condizioni per la crescita di una nazione. È arrivato il momento di elaborare un discorso nuovo sull’immigrazione, fondato su strategie di inclusione e coesione sociale. In questo modo potremo arginare le criticità e valorizzare le potenzialità del fenomeno migratorio, che già porta molti vantaggi in campo economico, come culturale, ma che potrebbe ulteriormente giovare al paese se indirizzato da una visione progettuale più ampia e di lungo respiro.

Affinché le politiche dell’integrazione – ossia la promozione di un rapporto di interazione orizzontale tra individuo e società, di mutuo scambio tra immigrati e comunità di accoglienza – possano essere realmente efficaci ed organiche, abbiamo bisogno di una fotografia aggiornata del contesto nazionale e internazionale e questo Dossier sembra assolvere egregiamente a tale mandato. Non posso non mostrare la mia soddisfazione per il fatto che l’esperienza maturata dal Centro Studi e Ricerche IDOS nella raccolta e nel commento dei dati sull’immigrazione in Italia sia stata messa a disposizione del settore pubblico tramite l’UNAR, che così potrà avere uno strumento in più nella sua azione di lotta al razzismo e alle discriminazioni.Al Dossier 2013, caratterizzato dal sottotitolo « Dalle discriminazioni ai diritti », auspico la più ampia diffusione per la puntualità metodologica, la chiarezza dell’esposizione, l’ampiezza degli argomenti trattati e anche il gran numero di autori coinvolti: tutti elementi che ne rafforzano l’efficacia in termini di conoscenza e sensibilizzazione.

Dottoressa Kyengé Cécile, condivido tutto quanto Lei ha scritto. I nostri figli non sono coinvolti a titolo personale nella problematica dei figli di immigrati nati in Italia, che non conoscono nessun’altro paese nessun’altra lingua e non hanno amici al di fuori di quelli che hanno qui, ma che vengono considerati degli stranieri che rischiano anche l’espulsione verso paesi di cui non parlano la lingua, se i documenti dei genitori venissero a scadere.  Siamo stati clandestini, ma siamo riusciti a farci la nostra strada. Per questo siamo coscienti che gli immigrati e i loro figli sono risorse per il nostro nuovo paese, che è in piena crisi demografica. 

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